EMANUELE ARIOLI (PERFORM): “ECCO COME LA PSICOLOGIA AIUTA GLI SPORTIVI”

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La preparazione fisica certamente, ma anche quella mentale è, oggi più che mai, determinante per la crescita della carriera di uno sportivo professionista. Insomma, correre sì, ma soprattutto correre bene. Abbiamo approfondito questo argomento con il Dottor Emanuele Arioli, operatore di psicologia dello sport e socio fondatore di Perform.
Dottor Arioli, da dove e perchè nasce Perform?

“Nasce con l’idea di dare un servizio nuovo alla cittadinanza sportiva in base all’esperienza fatta nell’alto professionismo da chi l’ha fondata. Il progetto nasce due anni fa per mettere insieme tutte quelle figure che possano aiutare gli atleti a 360°”.

Tutte le tecniche che proponete sono state provate in prima persona da Papu Gomez.

“Assolutamente sì. Tutte le attività proposte sono state testate da lui”.

Lei è uno psicologo, figura ben diversa da quella del motivatore o del mental coach.

“Il motivatore è dentro ognuno di noi, oppure un allenatore può essere un motivatore. Io sono un operatore di psicologia dello sport e mi occupo dell’evoluzione sportiva di atleti professionisti che hanno bisogno di un supporto e di una crescita a livello mentale. Il mio lavoro consiste proprio nel trovare i punti che possano permettere questa crescita o quelli che la impediscono. È un metodo che può essere sviluppato su atleti più o meno giovani”.

Cosa fa differenza tra un atleta normale e un top?

“La voglia di migliorarsi vendendo le difficoltà come una sfida per migliorarsi. Quando intravedo questo aspetto, allora la parte mentale è predisposta a diventare un top”.

Può riassumerci lo schema base del suo metodo di lavoro?

“Il primo approccio è capire chi è l’atleta. Sono i bisogni di ognuno e i suoi obiettivi che determinano il lavoro. Le problematiche sono più o meno le stesse: ansia da prestazione, la paura di non arrivare, la difficoltà di confronto coi tecnici, l’inserimento in una squadra”.

Mi sembra di capire che si tratti di un lavoro molto personale?

“Esclusivamente personale. Quando mi chiamano le squadre cerco di lavorare il più possibile a livello individuale. A livello di gruppo mi piace lavorare con lo staff”.

Famiglia, ambiente ed educazione incidono in questo percorso?

“Sicuramente. Spesso chi soffre di ansia da prestazione ha una situazione famigliare particolare. L’ambiente è altrettanto determinante perchè intorno a un atleta si creano delle aspettative e lui deve essere bravo a costruire un ambiente idoneo per la performance. Il livello di studio è fondamentale per lo sviluppo di quella che io chiamo ‘intelligenza agonistica’. Studiare ti abitua al confronto e questo si riversa nello sport per risolvere dei problemi pratici. Il giocatore non intelligente non arriva perchè oggi viene richiesta grande applicazione”.

C’è un caso particolarmente complicato che ha dovuto affrontare?

“Ne ho avuti tanti. Mi viene in mente quella di un ragazzo che non segnava da due anni, che aveva sbagliato due rigori in una stagione. È stato un caso difficile, ma dopo un bel percorso siamo arrivati a fargli fare 22 gol in campionato. Oppure posso citare un giocatore straniero appena arrivato in Italia che nell’arco di due anni avrebbe voluto arrivare in nazionale e in Premier League: c’è riuscito dopo pochi mesi”.

 Fabio Manara

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